Cloud e BI as-a-service: ecco dove investire

Qualche settimana fa abbiamo parlato dei principali freni all’innovazione tecnologica e all’adozione della BI, spiegando come questi siano principalmente di ordine culturale e che, in generale, non possano essere considerati sufficienti per rinunciare all’incredibile opportunità offerta dalla business intelligence e dall’analisi dei Big Data, come peraltro ampiamente confermato all’ultimo annuale IBM BusinessConnect.

Uno di questi freni, come abbiamo visto, è rappresentato dal fatto che alle imprese spesso mancano le risorse umane, oltre che le risorse economiche, per investire in BI. L’analisi dati non si può imparare in un mese e l’utilizzo dei software di analisi non sempre è semplice e intuitivo. Solo le aziende più grandi e all’avanguardia possono permettersi di investire cifre considerevoli per formare adeguatamente il personale esistente, oppure assumere nuove risorse specializzate. Per questo motivo, molte PMI scelgono l’outsourcing come soluzione per investire in business intelligence, e talvolta esternalizzano l’intera struttura IT.

Full-Service-Outsourcing-CompaniesTroppo spesso si pensa all’outsourcing come ad un modo per ridurre semplicemente i costi operativi in azienda. Se questo è certamente vero, è importante sottolineare che un risparmio non trascurabile si può ottenere anche per le spese legate alle vendite o all’amministrazione generale, che spesso sono maggiori di quelle legate alla costruzione e al mantenimento di una struttura di BI interna. Pensare all’outsourcing come ad un mero sostituto degli investimenti da fare per la BI interna è quindi sbagliato perché non considera tutti i vantaggi trasversali che permettono un risparmio di capitale. Secondo uno studio pubblicato dal MIT a fine 2013, questo investimento non sostituisce gli investimenti interni in personale. Questo è dovuto al fatto che l’esternalizzazione aumenta l’efficacia e l’efficienza dei processi esistenti all’interno dell’azienda e allo stesso tempo libera risorse, permettendo una loro riallocazione più razionale. L’investimento nell’outsourcing permette quindi di risparmiare sia per i costi legati alla BI, sia per quelli non strettamente collegati e in più migliora i processi esistenti. Inoltre il risparmio, se reinvestito nella riallocazione delle risorse IT interne, genera un consistente miglioramento dei processi di business informativo, facilitando ad esempio la coordinazione dell’IT con le vendite e aumentando quindi ulteriormente gli effetti benefici derivanti dall’outsourcing.

A dimostrazione di questa tendenza, il MIT ha comunicato nel suo studio che nel 2013 si sono spesi globalmente $287 miliardi per l’outsourcing IT (che comprende anche la BI) e che questa cifra è certamente destinata a salire a causa della diffusione delle tecnologie in cloud.

A proposito di cloud, se ne sente tanto parlare ma c’è ancora molta confusione intorno a questo tema: i vantaggi non sono ben chiari a tutti, nonostante ce ne siano di reali ed inconfutabili, ed esistono dei falsi miti che è necessario sfatare. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Inside IT: Technology for Tomorrow's CloudIl cloud computing consente di accedere on-demand via Web a un pool di risorse di elaborazione configurabili e gestibili con maggiore flessibilità e agilità rispetto ai sistemi tradizionali. Il modello SaaS (Software-as-a-Service) prevede l’erogazione on-demand anche dei servizi applicativi (software di produttività, applicazioni aziendali di CRM, ERP, ecc.). Dal punto di vista dell’efficienza, aggregando le risorse IT attraverso tecnologie come la virtualizzazione, il cloud permette di accelerare il consolidamento dell’hardware, di evitare le duplicazioni di servizi e ottimizzare la capacità dei server, su cui possono essere concentrati più carichi di lavoro. Un altro aspetto importante è la flessibilità, cioè la possibilità di scalare (o ridurre) in maniera pressoché istantanea la capacità dell’infrastruttura IT, richiedendo semplicemente più risorse di computing al provider, in rapporto all’effettiva necessità e ai picchi di determinati workload, senza più dover spendere tempo e denaro per creare nuovi data center dedicati a supportare l’espansione dei servizi. Dal punto di vista della business continuity, quindi protezione e backup di dati e applicazioni, usare per le attività di disaster recovery le infrastrutture IT di un fornitore esterno di servizi (in SaaS) significa ridurre i rischi di interruzioni improvvise dei servizi stessi, o di perdite e danneggiamenti di informazioni, causati da malfunzionamenti o avarie dei sistemi on-premise spesso non supportate da costose soluzioni di redundancy.

Tra tutti i miti che riguardano il cloud, ne trattiamo tre che crediamo essere i più diffusi: il primo riguarda la sicurezza (“Il cloud non è sicuro”), il secondo la personalizzazione (“Il cloud non consente la personalizzazione”), il terzo l’integrazione (“Il cloud è difficile da integrare con i software esistenti”).

Per quanto riguarda la sicurezza, è doveroso premettere che non esistono garanzie di sicurezza assoluta in nessun sistema IT. Tuttavia, i livelli di sicurezza presenti sulle soluzioni on-premise (firewall o gestione degli accessi, ad esempio), sono implementabili in modo analogo anche sul cloud. Questo consente alle infrastrutture in cloud di ottenere due importanti certificazioni di sicurezza relative a due differenti normative ISO/IEC, il cui obiettivo è la salvaguardia dei dati sensibili e di business.

Il fatto che l’infrastruttura cloud non sia personalizzabile è semplicemente falso, poichè può essere tranquillamente modellata anche su processi critici e molto specializzati. Inoltre le modifiche delle soluzioni on-premise necessitano spesso dello sviluppo di un nuovo codice software, mentre le soluzioni cloud, se dotate di aree di configurazione attraverso interfacce utente di front end e back end, riducono la dipendenza dell’azienda utente dal fornitore software: la personalizzazione e la configurazione diventano così semplici, efficaci e “fai-da-te”.

Infine, l’altro falso problema riguarda l’integrazione. Molte imprese hanno il timore di non riuscire ad integrare le esistenti soluzioni on-premise con il cloud. Semplicemente, il fornitore di servizi cloud può sviluppare dei middleware ad hoc, che fanno da ponte tra la Nuvola e il software esistente, qualunque esso sia.

Per dare una dimensione del fenomeno, riportiamo due dati di uno studio dell’Lse (London School of Economics), secondo cui in Italia il cloud creerà 456 mila nuovi posti di lavoro entro il 2015, con una crescita del 268%.

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