Digitale, nessun dubbio sulla sua importanza: la difficoltà sta nel saper scegliere

Recentemente sono stati diffusi i risultati di una ricerca condotta da SDA Bocconi e promossa da IBM e Affari&Finanza. La ricerca si basava sulla compilazione di un questionario da parte dei top manager delle imprese che hanno risposto – circa 500, 98% delle quali PMI – ed era volta alla comprensione del rapporto tra le aziende e l’Ict. Data la complessità del questionario, i due ricercatori che lo hanno costruito (Paolo Pasini e Angela Perego) hanno giudicato “un successo” il fatto che ne siano tornati indietro 500 debitamente compilati. Un numero che rappresenta un campione abbastanza significativo e che ci svela una fotografia della realtà con delle conferme, ma anche con delle notizie inaspettate e interessanti.

Partiamo dalla più grande conferma emersa dai questionari: l’Italia è in ritardo, e questo è talmente risaputo che non vale la pena spendere altre parole. Lo studio permette però per la prima volta di guardare questo ritardo più in profondità, scoprendo cose che non si immaginavano. In primo luogo, un grado di consapevolezza da parte del top management che si pensava andasse di pari passo col ritardo, e che invece è stato rilevato inaspettatamente alto. Si sta parlando di direttori generali o direttori marketing, operativi veri e non tecnici come CIO e CTO. In altre parole, e per capirci, i vertici delle aziende italiane sanno molto bene che digitalizzare è indispensabile per essere competitivi, oltre che utile e produttivo in ottica operativa.

La domanda quindi è: perchè tardano ad investire?

yes noE qui c’è l’altra novità. Non per ignoranza né per arretratezza, ma semplicemente perchè non sono pronti. Due sono i fattori problematici: il primo, di ordine finanziario, risiede in un’alta percezione del rischio connesso all’investimento, il che causa anche una scarsa propensione al credito da parte del sistema bancario. Il secondo, strettamente collegato, è più complesso. Le imprese, sostanzialmente, soffrono un forte gap interno di competenze, di cui sono peraltro consapevoli. In altre parole, il top management sente di non avere le competenze e gli strumenti per valutare come e dove introdurre le tecnologie, oltre che come misurarne i benefici. Tutto questo spesso risulta in un rinvio forzato dell’investimento.

Anche noi di Fair&Square abbiamo potuto osservare quanto questa sia una verità, e ne abbiamo parlato qualche settimana fa in un post dedicato alla business intelligence dal titolo “Come massimizzare il ROI della business intelligence”. La valutazione dei diversi vendor e delle diverse soluzioni dovrebbe essere fatta anche sulla base delle 6 variabili illustrate nel post.

La causa di tutto questo non riguarda solo ed esclusivamente l’Italia e va probabilmente ricercata nel sistema accademico-universitario, che si preoccupa di formare manager tecnologici da una parte ed executive gestionali dall’altra, lasciando totalmente bianca la pagina delle competenze in IT management a coloro che non si occupano di IT in prima persona.

Fermo restando che il mondo del digital e dell’IT sono vasti e talvolta complessi, vogliamo soffermarci un istante sulla business intelligence perchè ci offre una riflessione interessante. Il problema della decisione e della mancanza di competenze, che come abbiamo visto è reale e in grado di rallentare pericolosamente il progresso diminuendo la competitività delle imprese, può di fatto essere affrontato proprio grazie alla business intelligence. Il patrimonio di dati che ogni azienda ha a disposizione rappresenta infatti il punto di partenza per un’analisi che offra come risultato una visione d’insieme che chiarisca dubbi e perplessità, con l’obiettivo di scegliere più semplicemente e con un rischio minore. In quest’ottica, quindi, la business intelligence può essere vista come il fattore abilitante. Scegliere quale BI adottare, tuttavia, non è facile e riporta all’interno del “circolo vizioso”: per questo vi rimandiamo al post linkato sopra.

Le imprese italiane hanno finora investito nella prima fase, quella dell’automazione e del taglio dei costi e dei posti. Questa è la parte più facile, ma ora arriva la parte più difficile: l’investimento in applicazioni che cambiano completamente l’organizzazione produttiva, che ridisegnano strutture, mansioni e prodotti e chiedono di fare cose nuove. Non è solo una seconda fase, è anche e soprattutto un salto culturale.

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